Davanti ad un atto d'agressione, caratteristico del banditismo di Stato, ci sembra necessario e urgente di non limitarci a urlare la nostra collera e la nostra indignazione, anche se queste continuano ad essere valide. Ciò di cui ha bisogno oggi il movimento anti-guerra e anti-imperialismo è di sviluppare urgentemente delle azioni d'opposizione non-violenta per opporsi concretamente contro la guerra. Vi proponiamo perciò il lancio d'un boicottaggio internazionale contro le compagnie petroliere americane e britanniche per esercitare, sugli Stati Uniti e sui loro alleati, una forte pressione economica ch'è forse il solo linguaggio che i politici ultra-liberali riescono a capire.
Un boicottaggio per la pace: come e perchè
Praticamente, di che si tratta ? Semplicemente di far capire a cittadini e cittadine, spesso automobilisti·e o motocicilsti·e, che, in quanto consumatori·trici, possiedono un notevole potere, poichè sono liberi·e di scegliere la marca di benzina da utilizzare. Se decine di migliaia o centinaia di migliaia d'automobilisti europei decidessero simultaneamente di manifestare la loro opposizione alla guerra, smettendo di rifornirsi da Esso, Shell o BP (British Petroleum), le conseguenze economiche per queste compagnie sarebbero disastrose.
L'arma del boicottaggio non dev'essere usata alla leggera, ma la situazione creata dai bellicosi americani e brittannici la giustifica ampiamente, tanto più che:
- Il boicottaggio è un mezzo efficace. Per contrastare la segregazione razziale i Neri di Montgomery (Alabama) hanno boicottato per un anno una compagnia di bus che voleva riservare ai bianchi i posti a sedere. Minacciata di fallimento, la compagnia fu costretta a metter fine alla discriminazione. Il successo di questa prima campagna non-violenta di Martin Luther King, nel 1955, fu decisivo per ottenere l'uguaglianza dei diritti civili negli Stati Uniti. In seguito, altre campagne di boicottaggio hanno attenuto notevoli successi contro il regime d'apartheid in sud Africa e contro delle compagnie petroliere (Campagne di Greenpeace contro Shell in Germania e in Scandinavia o contro Esso in Gran Bretagna).
- Il boicottaggio è perfettamente legale. Nessuna legge costringe ad acquistare qualsiasi cosa, nè a giustificare quando, come e da chi. Possiamo scegliere liberamente di spendere o no i nostri soldiPerfino l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) difende il diritto d'un operatore economico (particolare o impresa) ad orientare i suoi affari secondo i propri criteri ; il rapporto qualità-prezzo ne è l'esempio più ovvio, ma altri criteri, etici, religiosi o politici sono pure considerati.
- Il boicottaggio è un messaggio forte. È un metodo di pressione non-violento per costringere gli attori economici di esercitare una pressione sugli attori politici e per indurli, nel nostro caso, a preferire altre soluzioni al posto della violenza militare, per risolvere il conflitto.
- Il boicottaggio è un atto di solidarietà alla portata di tutti. Molti si sentono impotenti davanti alla colossale macchina di guerra schierata dal governo americano. Il fatto di partecipare ad una campagna di boicott, di contribuire in modo creativo alla sua promozione, darà loro l'occasione d'agire concretamente per difendere i civili irakieni dalle mire egemoniche degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
- Il boicottaggio incoraggia la riflessione. Mobilita e canalizza in modo non-violento le energie di fronte ad un'ingiustizia (es: l'apartheid) o rispetto alla passività dei governi sottomessi alle pressioni di potenti lobbies industriali e finanzhiari (es : la non ratificazione del Protocollo di Kyoto riguardo al riscaldamento climatico). Inoltre permette di diffondere delle informazioni critiche e di suscitare un vasto dibattito nella società.
Nel caso specifico della guerra contro l'Irak, il boicottaggio contro le compagnie petroliere americane e britanniche, s'iscrive nettamente nella prospettiva non-violenta di una forte coerenza fra lo scopo del boicottaggio (nessuna guerra per il petrolio !) ed i mezzi da attuare per conseguire tale scopo.
Stati Uniti d'America: un formidabile appetito di petrolio… e di dollari
Notoriamente attratti dalle macchine potenti e poco propensi ad economizzare le energie, gli Americani sono i più grossi consumatori mondiali d'oro nero. Infatti assorbono il 25 % della produzione mondiale, mentre rappresentano solo il 4,6 % della popolazione totale e dispongono soltanto del 2 % delle riserve avverate.
In realtà, quindi, gli americani sono sempre più dipendenti dall'approvvigionamento esterno per poter mantenere il loro tenore di vita e di consumi, che il loro governo non vuole rimettere in causa, visto il rifiuto del Protocollo di Kyoto. Nel 1973, gli Stati Uniti producevano 9,2 milioni di barili al giorno e ne importavano 3,2. Nel 1999 ne producevano 5,9 milioni e ne importavano 8,61 . Al ritmo attuale di sfruttamento, le riserve americane saranno esaurite nel 2010. È dunque comprensibile che l'amministrazione Bush, eletta con il sostegno massiccio delle compagnie petroliere, cerchi con ogni mezzo di assicurarsi l'approvvigionamento, compreso quello della guerra all'Irak, che dispone delle più importanti riserve petroliere del mondo, dopo l'Arabia Saudita.
Numerosi documenti revelano che una strategia offensiva contro l'Irak era già sostenuta dagli uomini-chiave dell'aministrazione Bush fin da prima dell'11 Settembre 2001 per ragioni geostrategiche. Quanto al legame con la politica petroliera di Washington, è definito da un importante documento ufficiale : « Le sfide energetiche strategiche del XX secolo », redatto sotto la direzione di James Baker, ex segretario di Stato sotto Bush padre, e pubblicato in aprile 2001, quindi molto prima degli attentati contro il Pentagono e il World Trade Center. Tale documento sottolinea il ruolo « perturbatore dei mercati petrolieri » esercitato dal regime di Saddam Hussein, rapporto che si conclude così : « Gli Stati Uniti devono perciò riesaminare immediatamente la loro politica verso l'Irak, prevedendo dei controlli militari sull'energia e delle pressioni economiche e politico-economiche » e considerando esplicitamente la possibilità di « un intervento militare necessario! » (origine: www.alencontre.org)
Per gli Stati Uniti, le conseguenze economiche d'un invasione militare, poi d'una occupazione che favorisca il possesso delle risorse irakene, rappresentano un considerevole vantaggio di 50 miliardi di dollari all'anno : una vera manna per risollevare un'economia in difficoltà e ostacolata da deficit giganteschi. In una comunicazione ai suoi investitori datata del 31 gennaio 2003, la Bank of america Securities anticipa la formidabile ridistribuzione delle carte da attendersi in un Irak post-Saddam, amministrato dai vincitori : « Acquistate le azioni delle società di servizi petrolieri americani! » poichè dovrebbero aumentare in media del 33 % nei prossimi dodici mesi, prestazione eccezionale in questo clima depressionario in Borsa. (Le Temps, 12.02.2003)
Stati Uniti: una repubblica petroliera
Più d'ogni altra nella storia, l'amministrazione Bush ha degli stretti legami con le compagnie petroliere americane. A cominciare dal Presidente stesso Georges W. Bush appartenente ad una delle più grandi famiglie petroliere del Texas, che si espanse approfittando dello sviluppo di società di servizio in questo settore.
Dick Cheney, l'attuale vice-presidente, ha diretto Halliburton, società di servizi attiva in 130 paesi dove gode praticamente d'un monopolio nel settore delle richerche petrolifere, nella costruzione di pipe-lines, nel rifornimento del materiale per lo sfruttamento dei pozzi, ecc. Capo autentico dell'amministrazione americana, Dick Cheney non ha mai esitato a sostenere le dittature nigeriana e birmana, per il profitto dellaa sua società.
Condolleza Rice inoltre, direttrice del Consiglio nazionale di sicurezza che gestisce tutte le agenzie d'informazione, quest'insegnante di Stanford, considerata come « sovietologa ». fu già consigliera alla sicurezza sotto Bush padre e incaricata delle questioni relative all'ex-URSS. Ma soprattutto diresse dal 1991 al 2000 il gruppo Chevron, una delle prime società petroliere del mondo, con il particolare incarico di insediamenti nel Kazakhstan e in Afghanistan.
Anche i segretari di stato al Commercio e all'Energia, Donald Evans e Spencer Abraham, svolsero tutta la loro carriera nel settore petroliero. E infine Kathleen Cooper, sotto-segretaria al Commercio, fu la capa-economista della società Exxon (nota in Europa come Esso).
Difficile di fare meglio ! Al punto che i commentatori critici americani descrivono l'amministrazione Bush come una autentica « oiligarchy », un'oligarchia petroliera.
Esso, Shell e BP nel mirino del boicott in Svizzera
In Svizzera, da quanto ci risulta, le compagnie petroliere americane sono rappresentate dai distributori di benzina Esso, la compagnia più ricca del mondo. L'influenza sull'amministrazione Bush non è più da dimostrare (vedi allegato).
Dato che il primo ministro brittannico Tony Blair, nonostante l'enorme opposizione del opinione pubblica e di vari membri laburisti del parlamento a Londra, continua a sostenere la politica di aggressione del presidente Bush, ci sembra legittimo di boicottare anche i distributori della Shell e British Petroleum (BP).
In altri paesi d'Europa e del mondo, altre compagnie americane vanno incluse nel boicottaggio : eccone la lista alfabetica: Amoco, Arco, Chevron, Conoco (Continental Oil Company), Gulf, Mobil, Occidental Petroleum, Texaco, Unocal.
Organizzazione del biocottaggio
Ecco le decioni prese e le azioni iniziate dal 4 febbraio 2003, data della prima seduta di preparazione:
- Per ora limitiamo la nostra azione alle compagnie petroliere, visto il loro chiaro legame con la guerra in Irak. In realtà, temiamo che un boicottaggio esteso, per es, al MacDonald o alla Coca-Cola, come alcuni l'hanno suggerito, rischi di provocare confusione con altre rivendicazioni, pure degne di rispetto, come l'« abbuffamento » ecc.
- Abbiamo scritto alle direzoni svizzere delle compagnie Esso, Shell e BP, chiedendo una presa di posizione pubblica, a livello internazionale, contro la guerra in Irak, entro il 25 febbraio. Non avendo ottenuto risposta entro il termine indicato, abbiamo allora lanciato ufficialmente la campagna di boicottaggio il 6 marzo scorso.
- Abbiamo deciso a quali condizioni accetteremo di sospendere il boicottaggio di una compagnia:
- se il Signor Bush e i suoi alleati rinunciano alla guerra in Irak e ritirano le truppe dalla re-gione del Golfo;
- non appena questa compagnia avrà ufficialmente e pubblicamente preso posizione con-tro la guerra;
- o quando lo giudicheremo possibile e necessario.
Il Centro M. L. King assume la coordinazione del boicottaggio a livello svizzero. Ci siamo collegati con dei movimenti contro la guerra, all'estero, sperando che il boicottaggio si estenda rapidamente in tutta Europa (per lo meno!)
Annesso: il caso Esso »
Per il Centro Martin Luther King: Sandrine Bavaud, Roger Gaillard, Philippe Beck.
Traduzione in italiano: Violetta Fasanari-Bourquin.
Contatti: 021 661 24 34, boycott @ cmlk.ch
Nota
1 Origine: Statistical Abstracts of the United States: 2000. Zitiert de Emmanuel Todd dans son remarquable essai Après l’Empire: Essai sur la décomposition du système américain (Gallimard, Oktober 2002).
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